Carmine Cannio, l’urlo dell’anima nel tufo

di Laura Bufano

Raccontare la vita di un uomo in fondo è semplice, ma parlare della sua anima è un’altra cosa. Un incontro intenso quello di oggi con Carmine Cannio, la sua arte, la sua malattia, la sua voglia di raccontarsi, sicuramente tutto fuori dagli schemi. Sono andata a Vico Giganti, nei pressi di Piazza San Gaetano, nel cuore del centro antico di Napoli, con degli appunti per fare un’ intervista, ma non sono serviti. L’invadenza del racconto di Carmine mi ha creato una grande confusione come da tempo non mi accadeva. Arrivavano sollecitazioni forti e a tratti incomprensibili che ancora ora faccio fatica a riordinare.

UNA VITA DIFFICILE
Ho cercato di cogliere quanto più possibile, per capire. Una vita difficile la sua, segnata da momenti vissuti fuori dalla legge e da tanti problemi veri, come ad esempio, non disporre di una casa per sé, per sua moglie e per i suoi figli. Carmine urla il suo disagio, e lo fa con i proprietari della casa che occupa : le Opere Pie. Spera in un gesto di carità in quanto la moglie ha bisogno di continui ricoveri in strutture per la salute mentale e lui stesso ormai è un malato terminale. Niente, nessun gesto di carità da parte di coloro che operano in nome di Dio! Ha bisogno ancora una volta di fare un gesto forte per essere ascoltato.

Il MURO ROTTO
Rimane nella casa di Vico Giganti e con una gran rabbia rompe un muro. Lui, poeta mancato, nipote di un ricordato artista, Enrico Cannio, che aveva musicato, rendendola immortale “ ‘O surdato ‘nnammurato “, trova nelle pareti di quella casa che abita, il mezzo di riscatto. Scopre che la pietra è docile e che scolpendola si presta a raccontare quello che vive la sua anima. Tutta la sua irrequietezza, la sofferenza per la malattia, la sua fede in Dio, la ferma lì su quei mattoni. Più scolpisce e più non capisce come fa, non lo aveva mai fatto prima, e più si interroga come mai proprio a lui è stata data questa possibilità di espressione e allora vuole dire tutto ciò che sente riguardo al passato, al presente ed anche ad un possibile futuro. Stabilire se è vera arte non mi compete, ma sicuramente per Carmine, scolpire è liberazione.

AGGRAPPATO ALLA VITA
Tutto il bene, tutto il male che c’è nel suo intimo lo tira fuori, scolpendo, e c’è veramente tanto. Carmine sta morendo, ma come mi hanno raccontato, se ci si aggrappa alla vita con una vera motivazione, si utilizza tutta l’ energia possibile fino al compimento della stessa. Carmine vuole finire il suo racconto di esperienza terrena e lo fa con grande determinazione. Ora la sua casa è diventata un museo aperto al pubblico di napoletani e di turisti. Nella casa – museo di Carmine, ad accogliere le persone anche due giovani studenti dell’Accademia di Belle Arti, che hanno scelto di stargli a fianco. Ho parlato con Vladimir che lo aiuta anche ad affrontare la malattia, che Carmine ha scelto di non combattere più con i farmaci allopatici. Il suo protocollo? Tanta musica, tanta scultura e tanto calore umano per il tempo che gli rimane. Ecco, ora Carmine si è calmato perché sente che qualcosa ho capito. “ Oggi ho visto Cristo “, è questa la sintesi per riferire di un uomo perseguitato dal destino, ma che ha tanto da dire. Ed è tutto scritto lì su quei mattoni di tufo.

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